Intervista a Samanta Montagna, registrar alla Galleria Massimo De Carlo di Milano.

Paola Lambardi: Ciao Samanta, ho scoperto che non tutti conoscono il tuo lavoro: il registrar. Di cosa ti occupi e come hai iniziato?

Samanta Montagna: Ho incominciato abbastanza per caso. Era un periodo nella mia vita in cui avevo bisogno di un lavoro con una busta paga ufficiale, si può parlare di cose concrete, vero? Ho trovato lavoro in questa società che si occupava di allestimenti mostre, trasporti di opere d’arte e lì mi sono fatta un’esperienza sul campo, molto pratica e operativa su come allestire una mostra. Dopo questa esperienza, la galleria Massimo De Carlo cercava un registrar con esperienza e così ho iniziato a lavorare nelle sue gallerie.

PL: Esattamente cosa vuol dire registrar?

SM: Il registrar si occupa fondamentalmente della movimentazione delle opere all’interno e all’esterno della galleria o dei musei. Per una galleria commerciale significa tutti gli spostamenti verso le fiere o per i prestiti museali. Il lavoro comprende anche altri ambiti: ci sono gli aspetti tecnici degli allestimenti da supervisionare, la gestione dell’archivio, l’inserimento e l’aggiornamento del data base delle opere che sono tutte fotografate e catalogate per la loro conservazione e il controllo del loro stato in modo da predisporre gli eventuali restauri da fare.

PL: Questa movimentazione immagino preveda delle assicurazioni. Devi saper gestire anche questa parte?

SM: Certo. C’è una parte amministrativa abbastanza importante. Ci sono le assicurazioni delle opere, il rapporto con le belle arti e le pratiche doganali. Nelle gallerie come quelle di Massimo De Carlo ci sono molti artisti americani e ci sono tante fiere al di fuori dell’Europa. Tutta la gestione amministrativa è molto importante, richiede molto tempo e deve essere fatta perfettamente.

 

PL: Qual è stato il tuo percorso di studi per arrivare a fare questo lavoro?

SM: Mi sono laureata in storia dell’arte alla Statale con il Prof. Negri quando c’era ancora il vecchio ordinamento e il corso di laurea era di quattro anni. All’epoca non c’erano ancora le lauree come quella in conservazione dei beni culturali, per esempio, e se eri interessato all’arte dovevi fare questo percorso. Dopo la laurea ho avuto la fortuna di studiare due anni a Parigi, alla Sorbona e ho fatto un lungo stage al Louvre di quasi due anni nella parte curatoriale. Dopo questa esperienza sono dovuta tornare in Italia per i vari casi della vita e il mio percorso è andato più nella direzione pratica e operativa delle mostre. 

PL: Quindi ora esiste un corso specifico per diventare registrar?

SM: Si, ci sono università private che hanno iniziato ad avere dei corsi specifici per diventare registrar, per esempio lo IED ha istituito un corso di formazione avanzata nella sede di Como. Negli Stati Uniti e in Inghilterra è invece una figura professionale ben definita da tanto tempo. Ci sono delle associazioni che rappresentano questa categoria di professionisti, mentre in Italia non è molto chiaro cosa sia questa professione e non c’è un corrispettivo italiano della parola registrar. So che esiste un’associazione, di cui onestamente non faccio parte perché non ho ancora capito quanto possa essere utile.

PL: Secondo te qual è l’abilità maggiore che devi sviluppare in questo tipo di lavoro? Che skills devi avere?

SM: Oltre ad avere una grande pazienza come chiunque lavori nel mondo dell’arte, occorre vedere le cose nel complesso: una mostra parte dalla copertura assicurativa fino alla cassa che contiene l’opera che va realizzata con molta attenzione, oppure ricordarsi di verificare se un’opera è completamente asciutta perché magari è stata appena ritirata dallo studio di un artista. Bisogna cercare di avere una capacità di visione completa.

PL: Il progetto di una cassa per le opere è così importante?

SM: Si, è molto importante perché ogni opera deve essere imballata nel modo corretto e deve rispondere a diverse necessità. Delle volte occorre essere un gran mediatore perché spesso gli artisti hanno delle richieste non sempre percorribili. Poi bisogna essere sempre pronti alla velocità, soprattutto per chi deve lavorare nelle fiere. Per farti un esempio alla fiera di Basilea nel giro di una notte si cambia tutto lo stand e sono spesso stand di grandi metrature e ci sono quasi sempre degli inconvenienti da affrontare, quindi bisogna avere sempre pronto il piano B se non il C…

PL: Quindi nell’arco della notte si cambia tutto lo stand per il giorno dopo, per tutti i giorni della fiera?

SM: Si, nelle giornate più importanti ci sono delle fasce orarie dopo la chiusura della fiera. Nelle due o tre ore che abbiamo a disposizione si cambia tutto l’allestimento delle opere nello stand.

PL: In questa movimentazione quante persone sono coinvolte?

SM: In fiere come Art Basel tante. È interessante vedere come una fiera di quel genere ha due facce: quella di giorno e quella di notte. Sono veramente un esercito di persone al lavoro. Trovi i conservatori, i restauratori che lavorano di notte, disponibili per qualsiasi necessità, oltre a una marea di gente, di tecnici sul posto e questo accade per tutte le grosse fiere del circuito Art Basel che sia Basilea, Hong Kong o Miami.

PL: Qual è l’opera più difficile che ti è mai capitato di dover movimentare o allestire? C’è un aneddoto che ti ricordi su un’opera in particolare?

SM: Ce ne sono tanti. Un’opera nello specifico è legata a una mostra, sempre per Massimo De Carlo, nel vecchio spazio di via Ventura (foto sotto). Era la mostra personale di Andrea Ursuta che aveva portato una serie di oltre cento disegni, bellissimi tra l’altro, e desiderava allestirli in un camion, un vecchio truck… Peccato che un camion non entrava dalla porta della galleria e abbiamo dovuto trovare una soluzione, un modo per rendere questa idea dell’artista. Con dei pannelli in metallo abbiamo montato e costruito delle stanze all’interno della galleria in modo che potessero dare l’idea di un container dove all’interno c’era un’illuminazione molto particolare che si accendeva in base a come si muovevano le persone all’interno di questi spazi. Oltre a queste difficoltà, dovevamo montare cento disegni che per metà erano prestiti, quasi tutti arrivati dagli Stati Uniti, e l’altra metà era una la produzione nuova fatta per la mostra. Andrea Ursuta è davvero bravissima e super professionale. Ha seguito con tutta l’installazione ed era sempre presente per cercare di risolvere insieme tutti i problemi.

PL: Invece ti è mai capitato di perdere un’opera per strada?

SM: No, per fortuna! Però può succedere che un trasportatore negli Stati Uniti consegni un’opera piuttosto che un’altra, per esempio. Questo ultimo anno di Pandemia è stato un po’ più difficile tenere tutto sotto controllo. In generale va detto che perdere delle opere è quasi impossibile perché viaggiano attraverso canali assicurativi e di trasporto (camionistico o aereo) che non sono quelli delle merci normali. C’è la possibilità di monitorare tutto il viaggio dell’opera praticamente fino all’imbarco areo…

PL: Quindi non c’è praticamente nessun rischio, giusto?

SM: Si, perché le compagnie assicurative se non segui certi canali, non assicurano l’opera. Non puoi portartela in macchina e se lo fai è a tuo rischio e pericolo…

PL: Per fare il tuo lavoro ci sono più possibilità in Italia o all’estero? 

SM: La cosa assurda in Italia, se consideri il patrimonio artistico immenso che abbiamo, è che se vuoi lavorare nel mondo dell’arte la maggior parte delle persone deve indirizzarsi al settore privato. Il settore pubblico dei musei italiani non è agile come in Inghilterra o negli Stati Uniti. Se invece dessero la possibilità di assumere e di licenziare, di tenere stage, di fare corsi in maniera più facile, ci sarebbero grandissime opportunità per chi ha già un’esperienza e per chi è all’inizio e vuole imparare, ma la cosa più importante, aiuterebbe a sfruttare tutte le potenzialità che il museo ha.

PL: Perché il museo non dovrebbe essere statico…

SM: Eh no! Prima o poi bisognerà rendersi conto della possibilità e delle opportunità che ha un museo. Purtroppo hanno le mani legate su tutto quindi i musei italiani, a mio avviso, sono molto penalizzati.

PL: Che cosa dovrebbe cambiare all’interno dei musei?

SM: Onestamente non conosco nello specifico la gestione e tutte le leggi che riguardano i musei in Italia. Nell’arte contemporanea, spesso e volentieri, le fondazioni private si sostituiscono ai musei perché sono più libere. Possono avere degli sponsor, gestire dei budget, hanno brand o grandi nomi che le aiutano, la stessa galleria Massimo De Carlo fa mostre con tanti prestiti: sono mostre che magari commercialmente non danno tantissimo ma seguono un percorso curatoriale della galleria che vuole dare un’offerta culturale, non solo commerciale. È ovvio che se i musei fossero un pochino più liberi di gestire fondi, di ottenerli, di avere più personale, di aprire bar o negozi e valorizzare tutto quello che poi rappresenta l’immagine del museo attraverso l’identità, il marchio, ecc. tutto queste cose aiuterebbero a presentare meglio il nostro patrimonio artistico.

 

PL: Quali sono secondo te i migliori musei che possono dare un esempio concreto di quello che hai appena detto?

SM: Tutti i grandi musei inglesi e americani, anche se recentemente la gestione di certi musei, tipo Brera o gli Uffizi, dimostrano bel rinnovamento.

PL: Ultima domanda: cosa consiglieresti a un giovane che vuole diventare registrar?

SM: Studiare, studiare, studiare tanto la storia dell’arte. Nonostante il mio lavoro è soprattutto legato all’arte contemporanea, ho ancora gli incubi degli esami di arte moderna o archeologia che sono la base fondamentale per conoscere questo mondo. Personalmente ho fatto un breve corso di restauro che mi ha aiutato a conoscere i materiali, però ripeto, non c’era ancora il corso di laurea in beni culturali. Adesso c’è una formazione completa anche su questi aspetti. Ultima cosa: andare un po’ in giro per il mondo perché probabilmente è più facile iniziare a lavorare e ci sono più opportunità. Un altro consiglio è lavorare negli studi degli artisti dove producono le opere, così è più facile conoscere il loro lavoro. La parte amministrativa si può imparare, mentre questa parte, se si vede e si vive in prima persona, fa la differenza. E poi ça va sans dire conoscere le lingue, più se ne conoscono, meglio è: inglese, francese, cinese tanto meglio. Il mondo dell’arte è una realtà che richiede di sapere bene le lingue straniere, banalmente anche per parlare con i propri artisti.

PL: Grazie Samanta per la tua disponibilità a raccontare il tuo lavoro!

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