Intervista a Asia Ruffo di Calabria vice responsabile del dipartimento mostre e manifestazioni culturali del Musée des Arts et Métiers di Parigi.

Asia Ruffo di Calabria ha nel suo percorso una laurea quinquennale in Architettura presso La Sapienza con abilitazione e iscrizione all’Ordine degli Architetti di Roma e un master in Museologia e gestione dei beni culturali all’Università Cattolica di Milano. Dopo uno stage alla Soprintendenza del Colosseo si sposta a Venezia alle Gallerie dell’Accademia. Nel 2017 lascia l’Italia e si trasferisce a Parigi per collaborare con la Réunion des Musées Nationaux – Grand Palais come exhibition manager di mostre temporanee internazionali. Dal 2018 è coordinatrice di mostre temporanee (Cheffe de Projet Exposition) e dal 2019 è vice responsabile del dipartimento mostre e manifestazioni culturali presso il Musée des Arts et Métiers di Parigi.

Paola Lambardi: Facciamo un passo indietro per capire il tuo percorso. Come mai hai scelto la facoltà di architettura?

Asia Ruffo di Calabria: La mia passione in realtà sono sempre state le mostre. Nel 2001 — ero molto piccola — mi ha colpito una mostra bellissima sui Futuristi (curata da Enrico Crispolti con un allestimento di Lucio Turchetta) al Palazzo delle Esposizioni di Roma, l’ho vista penso tre volte. Forse da quel momento ho capito che mi piaceva molto quel contesto ma non avevo idea di quale percorso fare. Tutti mi suggerivano di iscrivermi a Storia dell’Arte ma alla fine mi sono indirizzata verso architettura che mi piace molto da un punto di vista storico e teorico, meno sul piano progettuale. Verso la fine degli studi ho deciso di fare il master in Museologia e gestione dei beni culturali all’Università Cattolica di Milano. Ho fatto uno stage al Colosseo e da allora ho iniziato a viaggiare. Sono stata a Venezia dove ho collaborato con la ex-direttrice Paola Marini delle Gallerie dell’Accademia e questo mi ha permesso di arrivare a Parigi e collaborare con la Réunion des Musées Nationaux – Grand Palais come exhibition manager e poi dal 2018 sono al Musée des Arts et Métiers sempre a Parigi.

PL: Cosa ti ha spinto a cercare all’estero? Volevi fare un’esperienza a Parigi in particolare? È più facile trovare opportunità in Francia?

ARdC: Entrambe le cose. Parigi ha un’offerta culturale incredibile, non solo per quanto riguarda l’offerta museale. C’è il cinema, il teatro, i concerti. Un’attività frenetica che mi ha sempre colpito. La cultura in Francia è un’industria importante e offre molte opportunità di lavoro, così ho iniziato cercando su Bourse Interministérielle de l’Emploi Public, mandavo la mia candidatura per le posizioni aperte (non solo in Francia, ho applicato anche a Londra) e alla fine sono passata alle selezioni del Musée des arts et métiers e sono qui dal 2018.

PL: Forse con la tua esperienza puoi vedere i pro e i contro di queste due realtà: l’italiana e la francese. Mi sembra che in Italia non siamo pienamente consapevoli di esprimere e dare valore al nostro immenso patrimonio. Cosa ne pensi?

ARdC: Trovo che ci sia stato un grande rinnovo grazie alla riforma del ministro Franceschini con la nomina di nuovi direttori  anche stranieri. Questa ricerca nel panorama internazionale aiuta a creare nuove relazioni e a far conoscere il nostro patrimonio museale a un pubblico più ampio. Nella mia piccola esperienza, quando ho lavorato con Paola Marini delle Gallerie dell’Accademia, e ora con il nuovo direttore Giulio Manieri Elia, riconosco che sono entrambi profili con competenze uniche e con quelle qualità manageriali che prima in Italia non venivano richieste a un direttore. Vedo dei bellissimi progressi e l’arrivo di direttori e direttrici più giovani, come succede qui in Francia, potrebbe aiutare.

PL: Un aspetto importante per un museo è creare dei nuovi rapporti con il pubblico. Per esempio durante la pandemia avete dovuto reinventare la narrazione del vostro museo. Mi parli di un evento che avete creato per fronteggiare questo momento? Tra l’altro ho letto che ti sei ritrovata direttrice ad interim del tuo dipartimento proprio all’inizio del 2020.

ARdC: Si, la mia responsabile ha lasciato il museo a gennaio 2020. Ero la sua vice e ho assicurato per circa dieci mesi, fino a settembre 2020, le attività che poi hanno coinciso con la pandemia. È stato un periodo molto bello, molto intenso anche se noi in Francia abbiamo avuto il primo confinamento qualche mese dopo di voi. Ci siamo trovati a lavorare tutti da casa. Emotivamente è stato davvero duro. Mantenere un equilibrio tra la gestione del lavoro dei colleghi e i nostri rapporti dal punto di vista umano è stato molto complicato. Motivare le persone a lavorare per un museo chiuso non è stato semplice. Per me è stato un doppio salto, ha amplificato alcuni aspetti manageriali tipici di quando produci e piloti una mostra, e ho dovuto fronteggiare questo stato di crisi dovuto alla pandemia. Queste difficoltà hanno unito il nostro team di lavoro che è stato molto  solidale. 

PL: Avete inserito delle proposte online?

ARdC: Si, c’è la mostra Top Modèles che si può visitare in una versione virtuale online e poi c’è stato un altro evento online in diretta, il 28 gennaio 2021, per la Notte delle Idee  organizzata in tutto il mondo dall’Institut Français che aveva per tema Essere vicini. Ho proposto un collegamento con il Museo della Scienza e della Tecnica di Milano dove abbiamo parlato di Leonardo da Vinci (che piace sempre tanto ai francesi) perché qui nel museo c’è il primo aeroplano costruito in Francia da Clément Ader. È stata una bellissima esperienza che ho gestito in prima persona. Tra l’altro riadattando l’evento che inizialmente era previsto in presenza, quindi riducendo delle attività e delle performance per evitare di annullarlo, stando attenti a contenere il budget. Come vedi ci vuole molta flessibilità e occorre stare molto attendi a come si gestisce il denaro perché in Francia sei responsabile e devi giustificare ogni spesa. Un museo ha tutta questa parte amministrativa che è importante tanto quanto concepire le mostre.

PL: In fondo i musei sono gestiti con degli obiettivi simili alle aziende.

ARdC: Si, cerchiamo di portare tanti visitatori a vedere le nostre collezioni e la nostra programmazione deve essere ben gestita visto che utilizziamo i soldi dei contribuenti.

PL: Da un punto di vista della comunicazione, la pandemia è stata un’occasione per rivedere il vostro modo di comunicare?

ARdC: Prima della pandemia avevamo un sito che non era così attivo come adesso. Ammetto che sui social siamo un pochino più lenti perché c’è una scelta precisa da parte della direttrice nel dare più attenzione all’evento in presenza piuttosto che alle attività digitali. In parte sono d’accordo perché visitare un museo è un’esperienza unica, non sostituibile dall’online. Nello stesso tempo, per trovare un nuovo pubblico in una città come Parigi dove c’è tantissima concorrenza, penso sia importante potenziare qualsiasi canale di comunicazione come i social network. Vedo molti musei in Italia che attirano pubblico con attività diverse: film, sfilate, eventi speciali, pubblicati e condivisi nelle loro pagine social con delle clip o delle interviste. Lo trovo molto interessante per chi come me non si trova fisicamente in quel luogo. Quindi l’online è davvero importante e l’esperienza di mettere in relazione due musei come nella Nuit des Idées che ti accennavo prima, è stata molto utile.

PL: La relazione tra musei è un’idea fantastica, è uno scambio di conoscenze molto importante. Con la pandemia abbiamo capito di essere tutti collegati e mai come ora è arrivato il momento di conoscersi e di comprenderci. Ma per tornare alle attività durante la pandemia: avete realizzato altri progetti?

ARdC: Mi sono occupata della mostra temporanea Toxictoys dell’artista Isabelle Champion Métadier. Ho gestito la produzione aiutando l’artista che ha realizzato queste tele gigantesche. Il tema di quest’anno è Giochi di scala e lei lo ha interpretato sfidando le leggi di gravità della figurazione e della composizione. Adesso sto lavorando  a una mostra bellissima sull’esplorazione che si chiama Explorer l’infiniment che però è stata spostata: da ottobre 2021 al 2023 per via della pandemia. È una mostra importante anche dal punto di vista economico. A ottobre c’era il rischio di avere un numero contingentato di pubblico e con molte limitazioni che non permettono di poterla vedere nelle parti interattive, quindi si è deciso di spostarla.

PL: Se ti dessero carta bianca, cosa programmeresti nel futuro?

ARdC: Mi piacerebbe creare un gruppo di lavoro con degli artisti che — utilizzando come ispirazione la nostra collezione — possano con il loro lavoro avvicinare il pubblico al mondo della scienza, rendendola qualcosa di non troppo lontana e incomprensibile dal quotidiano. Conoscere la scienza attraverso l’arte mi interessa molto. Qui nel museo abbiamo molte macchine che possono essere studiate e interpretate dagli artisti. Mi piacerebbe seguire questo percorso che si stacca dalla scienza e si trasforma in un nuovo linguaggio.

PL: Mi hai fatto venire in mente Bruno Munari con le sue Macchine inutili.

ARdC: Bello! Però devo stare attenta a non mettere troppe voci italiane.

PL: Certo, una volta che hai un piede in Francia diventi francese…

ARdC: Sono nazionalisti.

PL: Forse il problema della Francia è che non desiderano riconoscere le differenze culturali all’interno dei loro confini nazionali.

ARdC: In realtà sono molto curiosi. Adorano l’Italia e amano visitare il nostro paese. Qui al museo sono l’unica straniera,  con gli italiani hanno molti interessi in comune.

PL: Quindi ti trovi bene?

ARdC: Si, il mio lavoro mi piace da morire. Mi sento davvero fortunata.

PL: Sei d’accordo sull’idea che un direttore possa mettersi in prima persona, come un influencer, per raccontare il proprio museo? Un po’ come fece Neil MacGregor quando era direttore del British Museum?

ARdC: Si, certo perché umanizzano il museo. Ci sono persone che hanno un timore reverenziale verso il museo o pensano di doverci stare almeno tre o quattro ore. Questa è una percezione completamente distorta. Si può venire al museo anche per mezz’ora, per prendere un caffè, per sentire un concerto. Questo è uno spazio che fa parte del nostro vivere quotidiano, appartiene a tutti, è il nostro patrimonio. Il museo è come una casa. Quindi se il direttore o la direttrice riesce a far passare dei messaggi positivi e aperti, meno istituzionali, sicuramente aiuta a rendere il luogo più accessibile. Per esempio c’è il museo di arti asiatiche Musée Guimet che organizza un festival di musica elettronica all’interno delle loro sale, alcune allestite con statue di diverse divinità, è molto suggestivo e attrae un pubblico giovane che può scoprire la bellezza di queste arti…

PL: Quindi le idee per trasformare questi spazi museali sono tante.

ARdC: Si, il pubblico come sempre è importante, deve appassionarsi, partecipare, in una parola: esserci!

PL: Questo lavoro ti ha portato a viaggiare molto, per continuare la tua formazione e per lavorare. Pensi di tornare prima o poi in Italia?

ARdC : Si, certo. Mi piacerebbe tornare, sempre in un’ottica di crescita professionale.

PL: Che cosa consigli a un giovane che deve scegliere un percorso universitario in questo ambito?

ARdC: Prima di tutto imparare delle lingue straniere. Sembra una risposta banale ma l’inglese è fondamentale. Possibilmente una seconda lingua, come il russo, il cinese o l’arabo. Poi serve molta determinazione e trovare il prima possibile, anche durante l’università, degli stage. Bisogna entrare in contatto con i professionisti di questo settore perché s’impara tantissimo. Nel mio caso — come architetto — le mie competenze sono molto utili per gestire un allestimento, rispetto a uno storico dell’arte che magari conosce molto bene le opere. Quindi una formazione diversa può essere un punto di forza e cercare di fare tante esperienze, in dipartimenti e strutture con diversi tipi di collezioni. Aiuta a crescere e a creare un buon curriculum professionale.

PL: Grazie Asia per la tua disponbilità a parlare del tuo lavoro. 

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