Intervista a Lucia Tarantola restauratrice di opere d'arte su carta.

Paola Lambardi: Ciao Lucia, possiamo iniziare dicendo che sei una delle prime restauratrici di opere su carta a Milano. Come hai iniziato a fare questo lavoro? Qual è il tuo percorso di studi e come ti sei specializzata in questo tipo di restauro?

Lucia Tarantola: Mi sono avvicinata all’arte nelle scuole superiori, frequentando a Milano l’Istituto d’Arte Beato Angelico. Ricordo che arrivata all’ultimo anno mi domandavo che cosa mi sarebbe piacerebbe fare dopo e ho pensato al restauro. Non saprei dire esattamente come sia nato questo desiderio… forse la curiosità è nata perché la mia scuola aveva seguito il restauro della chiesetta di San Pietro al Monte di Civate e avevo subito il fascino di questo lavoro. Alla fine degli studi fu la scuola a indirizzarmi nello studio di un restauratore di dipinti su tela e dopo la maturità ho frequentato per qualche anno questo studio. Ho iniziato a imparare “a bottega” lavorando nel laboratorio e nei cantieri esterni. Quasi subito mi sono resa conto che non era sufficiente lavorare e imparare con le mani. Avevo bisogno di studiare in modo da avere una buona base teorica senza la quale sarei stata solo un’esecutrice e ho deciso di frequentare una scuola specifica: l’Opificio delle Pietre Dure a Firenze dove si accedeva solo tramite concorso. Ho provato per tre anni di fila e finalmente sono riuscita a entrare e proprio in quell’anno è uscito il bando per il restauro delle opere d’arte su carta che poi ho scelto. Non è stata una decisione molto meditata, anzi un po’ casuale. Ho pensato che c’erano molti restauratori di dipinti, mentre nel settore della carta c’erano più possibilità. Non sapevo esattamente cosa aspettarmi dal restauro della carta, però mi sono subito appassionata. Il disegno o il bozzetto di un’opera sono più interessanti rispetto al dipinto finito. Nel bozzetto vedi la mano, l’istinto, vedi meglio l’artista rispetto all’opera finale.

Dopo quattro a Firenze dovevo decidere se tornare a Milano oppure no. Ovviamente mi sarebbe piaciuto rimanere, ma razionalmente ho deciso di tornare a Milano perché nel 1988 i restauratori della carta erano pochissimi e avrei avuto più chance. Con questo diploma mi sono presentata ad alcune istituzioni milanesi e ho avuto la fortuna di iniziare subito, aprendo la partita iva per poter lavorare con gli enti pubblici.

PL: Hai iniziato a lavorare perché ti sei proposta spontaneamente?

LT: Si, grazie a una bellissima lettera di presentazione del direttore dell’Opificio delle Pietre Dure che allora era Antonio Paolucci (ex Ministro dei beni culturali, ex direttore dei Musei Vaticani), peccato che non ne ho tenuto una copia… Questa lettera l’ho consegnata alla direzione dei Musei Civici del Castello Sforzesco, in Soprintendenza. I Musei Civici sono stati i primi a chiamarmi per restaurare dei disegni di Boccioni! Da quel momento ho iniziato a lavorare grazie al passaparola e perché a Milano non c’era quasi nessuno a fare questo tipo di restauro su opere di carta.

PL: Ci sono dei corsi nuovi con il cambio di ordinamento?

LT: Si, adesso è tutto cambiato. Per fare il restauratore è necessario frequentare un corso di laurea magistrale a ciclo unico (un quinquennio) in Conservazione e Restauro di Beni Culturali . Per il restauro della carta si sceglie il percorso formativo n. 5: materiale librario e archivistico, manufatti cartacei, materiale fotografico, cinematografico e digitale.

PL: Il corso di laurea in effetti è molto diverso, direi più completo e aggiornato.

LT: Si, la mia formazione era incentrata solo sul restauro di opere d’arte su carta, qualcosa anche in pergamena. Quando studiavo c’era una netta distinzione tra chi restaurava le opere d’arte su carta e chi restaurava i libri. Allora si riconosceva subito l’intervento di chi si era specializzato in libri. Nel libro devi mantenere la funzionalità, le pagine le devi poter sfogliare, l’intervento deve essere molto solido. Un’opera d’arte su carta — una volta restaurata — non richiede la stessa resistenza: la monti su passepartout e non devi quasi più toccarla. Quindi anche i tipi di adesivi sono più blandi, ma la cosa fondamentale è che nell’opera d’arte su carta è importante curare l’estetica dell’intervento. Invece nei libri — parlo di trent’anni anni fa — gli interventi non contemplavano le operazioni estetiche di ritocco: le integrazioni delle parti mancanti nelle pagine risultavano molto evidenti, di tono più chiaro rispetto all’originale. Ora la situazione è cambiata e le modalità di intervento sui libri si sono avvicinate a quelle delle opere su carta.

L’iter di studio attuale comprende, oltre alle opere su carta: libri, documenti, fotografie su diversi tipi di supporti, non solo carta, e il materiale cinematografico e digitale. Solo nella fase finale degli studi scegli un indirizzo più specifico per approfondire e specializzarti in un settore.

PL: Quindi nel restauro è fondamentale capire come e dove specializzarsi?

LT: Si, ti faccio un esempio:  conosco una collega che si è specializzata nei globi, nei mappamondi e la cercano anche dall’estero. È fondamentale trovare la propria nicchia in questo grande settore della conservazione dei beni culturali e la parte cinematografica e digitale può avere delle buone prospettive nel futuro.

PL: Per tornare al tuo lavoro: che abilità sono richieste?

LT: Oltre alla manualità, ci vuole tanta testa. Prima di intervenire su un’opera, devi meditare, devi cercare di capire che cosa hai davanti, pensare a quali possono essere le soluzioni e delle volte avere la capacità e l’umiltà di chiedere consiglio a qualcun altro. Ora è più facile con i social o il “gruppo restauratori” su whatsapp: puoi chiedere e scambiare informazioni mentre fino a un po’ di anni fa era difficile anche incontrarsi. Altra cosa fondamentale, è avere una mente aperta, essere sempre aggiornati sulle novità da provare, testare e molta pazienza per riconoscere i tempi giusti e non avere fretta. Perché se un’opera richiede un intervento di due giorni, non puoi pretendere che sia finito prima. Questa attenzione è formativa anche nella vita personale…

PL: Sembra molto Zen.

LT: Beh si, passi molto tempo da solo. C’è un rapporto quasi assoluto con l’opera. Delle volte ho la radio accesa ma la mia mente non segue, sono molto concentrata su quello che sto facendo, totalmente assorbita. Sicuramente bisogna avere una grande passione per dedicarsi a questo lavoro. Non è facile anche sul piano economico, però con il tempo e applicandosi seriamente, riesci a ottenere dei buoni risultati.

PL: Sembra un lavoro quasi meditativo che ti restituisce la capacità di affrontare le cose della vita con una certa calma…

LT: Si, nel restauro il tempo giusto è importante.

PL: Quanti restauratori ci sono in Italia?

LT: Ah non saprei, nel gruppo siamo più di 300.

PL: Tantissimi!

LT: Ci sono diverse scuole e università, quelle del Ministero (l’Opificio delle Pietre Dure, l’Istituto Centrale del Restauro, la Scuola di Restauro di Ravenna, l’Istituto di Patologia del libro), i corsi Universitari (Tor Vergata a Roma o Venaria a Torino) e le Accademie di Belle Arti che danno la qualifica di Restauratore di Beni Culturali. Esistono poi i corsi triennali dove consegui il diploma di tecnico del restauro ma non ti permette di ricevere incarichi diretti dagli Enti Pubblici, puoi solo lavorare con i privati se l’opera non è notificata. 

PL: Ti capita di prendere qualche assistente per farti aiutare?

LT: Raramente. Nel restauro di libri forse è più facile, per via della ripetitività delle operazioni, ma non è il mio ambito. Per i lavori che ricevo devo capire e studiare l’intervento, mi è difficile programmare il lavoro con una persona che sta iniziando. Uno studio più grande e strutturato ha sicuramente più possibilità di prendere ragazzi neolaureati. Mi sembra comunque assurdo che lo Stato abbia istituito tutti questi corsi senza organizzare dei percorsi di lavoro post laurea.

PL: Ci sono delle possibilità di lavoro nelle istituzioni o nei musei? 

LT: Per lavorare negli enti pubblici devi per forza fare un concorso. L’ultimo è stato 4 anni fa e quello precedente risale a 25 anni prima, è davvero complicato. L’unica possibilità è inserirsi all’interno delle scuole che si è frequentato attraverso degli incarichi a progetto. Ultimamente la Ales (Arte Lavoro e Servizi S.p.A), una società in-house del Ministero della Cultura, fa assunzioni a tempo determinato all’interno delle strutture statali.

PL: Qual è stata la tua esperienza più significativa? Vuoi raccontare un aneddoto?

LT: Non saprei individuarne solo uno, perché ogni opera è unica.  Posso descriverti alcuni esempi che spiegano meglio la varietà del mio lavoro. Normalmente intervengo su opere bidimensionalidisegni, stampe, fotografie. Gli interventi particolari sono quando l’oggetto è tridimensionale. La terza dimensione è un aspetto  totalmente inusuale e richiede di lavorare in una maniera diversa.

Qui nelle foto sono al lavoro su una testa di cartapesta, un’opera di Gaetano Dal Monte, uno scultore, ceramista faentino, specializzato nei lavori in cartapesta, arte appresa dal padre. Studiando questo artista ho scoperto che durante la guerra aveva aderito alle Squadre di Azione Partigiana e le grandi sculture di cartapesta che avevano nel laboratorio servivano per nascondere le armi…

PL: Questo lavoro ti fa scoprire storie incredibili!

LT: Per questa opera in cartapesta dovevo ricostruire la punta del naso e ho eseguito una specie di intervento di chirurgia plastica con la polpa di carta. Prima ho fatto una prova a disegno per cercare di capire il profilo, poi l’ho ricostruito e infine ritoccato.

Un altro esempio di opera tridimensionale sono dei modelli botanici dell’’800 della manifattura tedesca Brendel. Sono modelli in cartapesta usati per studiare e vedere le parti di alcune specie di fiori in una scala molto ingrandita. Ne esistono anche di apribili per studiare l’interno del fiore. È stato un lavoro complesso perché i fiori erano molto fratturati. Ho dovuto riconsolidarli e rimetterli in forma. Nella foto si vede una Viola comune, mentre quello bianco è il Conium, il fiore della cicuta, una pianta erbacea velenosa che ha un’infiorescenza a ombrello. Il fiore nella realtà è piccolissimo e questo modello è una vera e propria gigantografia perchè non era ancora in uso la fotografia. In questo momento sono degli oggetti molto richiesti…

Poi c’è The Souper Dress della Campbell Soup che ha ispirato i lavori di Andy Warhol. Si tratta di un vestito di carta in fibra di cotone, tessuto con un filo molto sottile, datato intorno al 1966/67 che veniva regalato con i punti della zuppa Campbell. Le righe gialle in fondo al vestito servivano per poterlo tagliare della lunghezza desiderata.  Non è stato facile intervenire perché il vestito aveva numerosi strappi. Il proprietario lo aveva tenuto per tanto tempo su un manichino e il peso aveva causato molte lacerazioni orizzontali. Essendo un oggetto ‘doppio’ non potevo aprirlo e mi sono inventata una controforma in cartone che inserivo per poter restaurare le lacerazioni. 

PL: Dopo il tuo intervento dai dei consigli particolari per preservare l’opera?

LT: Per preservarlo e renderlo più resistente ho creato all’interno una fodera in carta adesa e ho sconsigliato di rimetterlo sul manichino! Ho suggerito di montarlo all’interno di una teca con delle linguette che lo sorreggano tutto intorno, in modo da distribuire il peso su più punti.

PL: Intervieni anche nei modellini di architettura! Vedo un’opera molto importante: la cattedrale di Taranto di Gio Ponti, giusto?

LT: Si, è il restauro del modellino in cartone della Concattedrale di Gio Ponti a Taranto. Questa foto l’ho presentata a un concorso fotografico perché rappresenta il “prima e dopo” il mio intervento. L’opera è arrivata completamente in mille pezzi da ricomporre come un puzzle. Grazie a una serie di foto che mi hanno consegnato i proprietari del modellino — ricevute dagli eredi — e alla ricerca fotografica che ho fatto, sono riuscita a ricostruire la struttura tridimensionale di questa facciata.

PL: Quanto tempo ci vuole per un restauro del genere?

LT: Questo lavoro è stato particolarmente lungo perché la ricerca della documentazione ha richiesto molto tempo. Sulla scalinata c’erano questi triangolini in cartoncino che servivano per rappresentare in maniera grafica le persone ma ne erano rimasti pochi rispetto a quelli presenti nella foto e li ho dovuto ricostruire quasi tutti. 

PL: Ti capita di ricostruire anche la carta?

LT: Dove le opere presentano delle lacune di carta, normalmente la ricostruisco usando delle carte giapponesi che faccio arrivare direttamente dal Giappone. Sono realizzate a mano dai laboratori artigianali, prodotte secondo i loro metodi tradizionali con la polpa del gelso da carta. Per le opere moderne preferisco usare carte occidentali, realizzate sempre artigianalmente con fibre di cotone, canapa o lino. La materia prima è molto diversa così come diverso è l’effetto: la carta giapponese rimane sempre un po’ trasparente anche se metti tanti strati, ed è molto ambrata. Per le opere su carte molto chiare, spesse e compatte, utilizzo invece le carte occidentali.

PL: Nella foto qui sotto c’è un lavoro su fondo verde, floreale, sembra una carta da parati, ce ne vuoi parlare?

LT: È un pannello rivestito con una carta cinese dipinta, potrebbe essere una Chinoiserie cioè una decorazione eseguita in occidente d’ispirazione orientale, molto di moda dalla fine del XVIII secolo. Il decoro è un intreccio di rami, fiori e uccelli su fondo verde. Facendo una ricerca iconografica ho trovato carte molto simili nell’archivio del V&A Museum di Londra. In realtà erano due pannelli in legno presenti nella sala da pranzo di un appartamento privato a Milano a cui erano state incollate queste carte. Il proprietario stava traslocando e mi ha chiesto di controllarli e restaurarli prima di entrare nella nuova abitazione. L’intervento sì è incentrato soprattutto sul fissaggio dei sollevamenti e sul ritocco del colore. Tra l’altro questi pannelli erano pesantissimi, il trasporto in studio è stato un incubo perché non entravano nell’ascensore! Ecco uno dei paradossi che ogni tanto capitano nel mio lavoro: pensi al restauro della carta come a una cosa delicata, leggera e invece qui hai un esempio che dimostra il contrario!

PL: Vista la globalizzazione e la velocità nella movimentazione delle merci in questa nuova epoca “Amazon” ti capita di ricevere delle richiesta di restauro dall’estero?

LT: Il lavoro dei fiori Brendel mi è arrivato da Parigi, quindi ogni tanto, attraverso il passa parola, può capitare.

PL: Ci puoi spiegare la foto con tutte queste opere? 

LT: Certo, in questa foto ti rendi conto delle diverse provenienze: quello nel mezzo, per esempio,  è il disegno del progetto delle suole Vibram. Perché tra i settori d’intervento ci sono anche gli archivi delle aziende. Per esempio la Vibram ha circa 300 disegni tecnici su fogli da lucido che servivano per la produzione degli stampi delle loro suole brevettate.

PL: Questo è un progetto di design e ti volevo chiedere se le aziende si rivolgono a te per la conservazione dei loro archivi?

LT: Si, alcune aziende hanno un forte interesse nel preservare i loro archivi. Ho lavorato tanto con l’archivio Pirelli dove sono raccolti i bozzetti dei loro manifesti, i layout con la grafica della loro comunicazione che è stata progettata dai più importanti grafici e designer.

PL: Certo, Pirelli è una delle aziende che ha fatto la storia della comunicazione e della grafica italiana…

LT: Mi ero innamorata dei bozzetti di Bob Noorda…

PL: Tra l’altro questi lavori erano tutti fatti a mano!

LT: Il primo grosso lotto di questi bozzetti (non ricordo quanti ne ho restaurati, sicuramente più di 300) partiva dagli anni ‘20 fino agli inizi degli anni ’60. Erano realizzati soprattutto a tempera, le parti scritte a china, tutto completamente fatto a mano. Dalla fine degli anni ‘60 fino agli anni ’80 i bozzetti erano sempre layout per la stampa ma i testi  erano fotocomposti. Un lavoro interessante per capire come si realizzavano gli esecutivi prima del computer! Era un “taglia e incolla” a mano con la Cow Gum (una colla riposizionabile molto usata in quegli anni, fornita di paletta per la sua applicazione, ndr). Te la ricordi?

PL: Come no! Ho iniziato a fare grafica proprio a cavallo di questa evoluzione.

LT: La paletta Cow Gum la uso sempre quando preparo la colla, una pasta d’amido giapponese che devo cucinare e poi va passata al setaccio (anche lui giapponese) e in quella fase la uso sempre. Ammetto di essere particolarmente affezionata a questo oggetto…

Per tornare alla foto di gruppo: a destra del ‘chiodo’ Vibram, c’è un’incisione di Fattori, poi più a destra c’è un’incisione di Boccioni, salendo c’è una foto con delle finestre di Ghirri dove non ho fatto molto perché le foto sono molto delicate e se fai le cose sbagliate le rovini per sempre… C’è un trittico: un’opera giapponese dell’’800. C’è molta varietà nel mio lavoro e ogni volta devi resettare la mente per affrontare i diversi problemi che le opere ti presentano. L’approccio è sempre diverso e la cosa più bella di questo lavoro è che non è mai monotono.

PL: Per concludere: cosa consigli a un giovane che vuole fare questo tipo di percorso in particolare sulla carta?

LT: Seguire l’iter che si diceva prima perché occorre questa qualifica fondamentale per lavorare. Per approfondire gli studi consiglio di fare un’esperienza all’estero. Nei musei si possono fare degli stage e prima di laurearsi si possono iniziare a cercare delle borse di studio o dei bandi.

PL: C’è un paese che consigli per il restauro delle opere su carta?

LT: C’è sicuramente il British Museum e la Bristish Library a Londra una città dove ci sono tante istituzioni rivolte alla conservazione delle opere. C’è il Louvre a Parigi, i Musei Vaticani, il Rijksmuseum ad Amsterdam, per restare in Europa ma si può cercare anche negli Stati Uniti e in Canada dove le grandi istituzioni museali e di conservazione offrono stage per periodi anche lunghi.

PL: E in Cina o in Oriente?

LT: Non so, non conosco dove poter studiare e approfondire il restauro in Cina. Per imparare il restauro con le loro tecniche si può fare richiesta per un tirocinio all’Hirayama Conservation Studio che è il laboratorio di restauro di arte orientale del British Museum di Londra. Per le opere giapponesi sono stata, grazie all’associazione Tobunken, a Berlino nel Museo di Arte Orientale dove ho seguito un corso per intervenire sulle opere giapponesi secondo le loro tecniche e tradizioni. Tra l’altro organizzano corsi in Giappone, altro paese dove si può fare domanda.

PL: Grazie Lucia per la tua gentile disponibilità a parlare del tuo lavoro e chi desidera contattarla: http://www.luciatarantola.eu/

 

 

Link utili:

https://www.miur.gov.it/restauro

http://www.centrorestaurovenaria.it/it.

http://www.opificiodellepietredure.it/

http://www.icr.beniculturali.it/

https://www-2020.conservazionerestauro.lettere.uniroma2.it/

https://dger.beniculturali.it/istituto-centrale-per-la-patologia-degli-archivi-e-del-libro/

https://www.accademiadibrera.milano.it/it/materiale-librario-e-archivistico-manufatti-cartaceipergamenacei-materiale-fotografico

https://corsi.unibo.it/magistralecu/ConservazioneRestauroBeniculturali

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