Intervista a Silvia Mercuriali fondatrice dell'autoteatro.​

Paola Lambardi: Ci racconti il tuo percorso nel mondo del teatro?

Silvia Mercuriali: Il mio percorso è abbastanza strambo. Mentre pattinavo sul ghiaccio per la squadra Nazionale di Sincronizzato, studiavo marketing e comunicazione allo IULM e tre giorni alla settimana andavo alla scuola del teatro Arsenale di Milano diretta da Marina Spreafico. L’Arsenale segue lo stesso programma della scuola di Jacques Lecoq di Parigi quindi un teatro fisico: clowning, acrobatica, buffoni, commedia dell’arte. La cosa interessante di questo percorso è che t’insegna a essere responsabile del materiale che proponi. Sei in costante creazione e scrittura, anche quando la forma utilizzata è quella corporea e l’ho trovato molto interessante e formativo.

Ho iniziato a lavorare quasi subito con l’Impasto, una compagnia di teatro-danza fondata da Alessandro Berti e Michela Lucenti, in uno spettacolo fatto in collaborazione con la compagnia Liberamente di Napoli per il festival di Sant’Arcangelo dei Teatri. Da questa collaborazione è nata La compagnia nomade dell’Impasto con cui ho lavorato per un paio d’anni prima di trasferirmi a Londra.

A Londra ho trovato un mondo completamente diverso dove la ricerca teatrale era molto sperimentale e si allontanava completamente dalle forme classiche. Hanno iniziato a interessarmi sempre di più i luoghi pubblici come spazi teatrali, dove mettere in scena persone comuni, spogliate dalle maschere dell’attore e senza la sicurezza di un copione dietro al quale nascondersi, persone impreparate con solo sé stessi da mostrare con i propri limiti, imperfezioni e insicurezze. Questa fragilità rivelata ha ispirato la ricerca di una strategia teatrale che stravolge i canoni e i ruoli classici dello spettatore, dell’attore e dello spazio scenico.

Ho iniziato a lavorare con Ant Hampton e la nostra compagnia si chiamava Rotozaza — un omaggio a Jean Tinguely e alle sue opere dove il pubblico interagisce  e partecipa alla sua creazione facendone parte anziché esserne semplicemente l’osservatore.

Insieme a Ant Hampton ho sviluppato una nuova strategia teatrale chiamata Tocar — teatro dei comandi e delle risposte — che metteva in scena ogni sera attori diversi, spesso non attori professionisti che non sapevano cosa sarebbe successo durante lo spettacolo. Arrivavano al teatro 30 minuti prima dell’inizio e si lasciavano guidare da una serie di istruzioni pre-registrate. Piano piano abbiamo eliminato il pubblico, unendo il ruolo dell’attore e quello del pubblico, creando eventi privati per lo spettatore che diventa l’attore stesso della propria esperienza attraverso le nostre istruzioni.

La partecipazione diretta dello spettatore è diventato il filo conduttore di tutte le opere che ho creato indipendentemente da Rotozaza e ancora oggi continuo a esplorare questa idea di spettacolo dove l’attore e lo spettatore sono la stessa cosa, non hanno più dei ruoli separati, lo spettatore non è più passivo ma al contrario diventa il fulcro e il personaggio principale di storie diverse con scenari che cambiano.

PL: Vuoi ricordare uno spettacolo in particolare?

SM: Lo spettacolo più significativo negli spazi pubblici è stato Pinocchio scritto nel 2003 con Gemma Brockis, una sorta di road movie in cui i personaggi principali — la fata Turchina e Pinocchio — sono in viaggio alla ricerca della balena, una balena che non si trova mai… Si svolge in un’automobile che si sposta per la città con tre spettatori alla volta seduti nel sedile posteriore. I finestrini della macchina diventano gli schermi attraverso i quali emerge questo mondo immaginario, dove il quotidiano diventa spettacolare, diventa ‘altro’, una narrazione che si appoggia alla realtà ma al tempo stesso la rielabora presentandola come nuova e fantastica.

Un altro spettacolo è Etiquette (scritto con Ant/Rotozaza) che ha debuttato nel 2007 a Londra nel giorno di San Valentino. Etiquette ha eliminato tutte le convenzioni teatrali. Non c’è più neanche il teatro. Non ci sono spettatori, né gli attori. Niente. Rimane solo chi partecipa. Questa strategia teatrale l’abbiamo chiamata autoteatro: una tecnica di messa in scena che dà la possibilità allo spettatore di diventare attore semplicemente seguendo delle istruzioni molto precise. Non c’è nessun intervento dall’esterno. Lo spettatore fa tutto. Piano piano scopre chi è, dove si trova, chi è la persona davanti a lui/lei. A volte gli spettatori si conoscono, a volte non si conoscono. Etiquette è uno spettacolo che ci ha dato grandi soddisfazioni e dal 2007 non ha mai smesso di girare. Ormai esiste in 17 lingue. Le ultime repliche le abbiamo fatte in Russia. Etiquette è quasi maggiorenne ma sembra non essere ancora stanco e vuole andare avanti (risate).

PL: Perché secondo te?

SM: Etiquette è universale, parla della comunicazione, della difficoltà di trovare le parole giuste, un tema che tocca tutti. Lo spettacolo è per due persone sedute a un tavolino in un bar. È un incontro tra due persone che non si conoscono (almeno nella finzione dello spettacolo). Le istruzioni sono comunicate attraverso due lettori MP3 e delle cuffie, diventano  la nostra mente mentre il corpo agisce come farebbe un attore. Se ti lasci andare alle ‘istruzioni’ hai una grande libertà, non sei responsabile delle tue azione e delle tue parole perché lo spettacolo è stato scritto da qualcun altro e puoi semplicemente goderti il viaggio. Poco alla volta ti trovi in un mondo che ti avvolge completamente.

PL: Dove lo ambientate Etiquette?

SM: Etiquette è ispirato a Vivre ça vie di Jean Luc Godard e fa riferimento alla scena dove si incontrano un filosofo e una prostituta in un café in place Châtelet a Parigi e parlano proprio di questa difficoltà di trovare le parole giuste.

PL: Come è cambiato il tuo modo di scrivere spettacoli?

SM: Ho continuato questa ricerca unendola al mio amore per i luoghi pubblici. Ho iniziato a scrivere spettacoli di autoteatro in diverse situazioni. Il primo spettacolo Wondermart (2009) è ambientato in un supermercato e può essere fatto da solo o con un’altra persona. Wondermart è una considerazione su come possiamo riprendere possesso di alcuni non-luoghi come quello di un supermercato. L’idea è di poterli riconquistare e reinventarli in una chiave più fantastica e poetica. In Wondermart spingi il tuo carrello lungo i corridoi del tuo supermercato e ti domandi: come funzionano questi posti? Quali sono gli stratagemmi per irretirti? Per farti comprare di più? E se invece non sei qui per comprare ma per guardare gli altri? Sei spinto a osservare le persone intorno a te con occhi diversi, immaginando le loro storie personali. Ti guardi intorno e non c’è più un cliente X ma hai davanti un personaggio con un passato e un presente che improvvisamente diventa visibile.

Dopo Wondermart ho scritto The Eye una coreografia per gli occhi da fare davanti a un piccolo specchio per una persona alla volta e Blank un pezzo di autoteatro per un foglio di carta…

Continuo a sperimentare con questa strategia per creare esperienze che avvolgono lo spettatore/attore e che hanno un eco nella mente di chi partecipa che va oltre la durata dello spettacolo stesso, ti spinge a vedere il mondo che hai intorno con occhi diversi.

PL: Questa parola “autoteatro” è stata coniata da voi per la prima volta?

SM: Si, la parola autoteatro descrive questa strategia teatrale utilizzata per la prima volta con lo spettacolo Etiquette e vale per tutti gli spettacoli in cui non ci sono interferenze dall’esterno, quindi una volta iniziato lo spettacolo, tutto si sviluppa automaticamente.  

 

PL: Possono partecipare tutti a questo tipo di spettacolo?

SM: Direi di si. Può sembrare difficile ma non lo è perché non c’è nessuno che ti guarda (escludendo la persona con cui stai facendo lo spettacolo quando è prevista) quindi è un’esperienza assolutamente personale, completamente tua. Le istruzioni non sono mai difficili. Chiunque può fare questi spettacoli, non devi essere un attore, non devi avere qualità particolari. Devi semplicemente essere te stesso, seguire le istruzioni, lasciarti andare e dimenticare l’ansia da prestazione. Una volta che parte questo meccanismo, tutto scivola via in modo semplice senza nodi e se ci sono, è perché li abbiamo programmati.

Nel tempo mi sono divertita a usare questa strategia unita alla tecnologia attraverso i visori di realtà virtuale. Nel 2010 (quando ancora non c’era l’Oculos Rift) ho deciso di sperimentare con i visori utilizzati dagli amanti di modellismo che permettono di vedere dal punto di vista dell’aeroplano telecomandato. Giocando con questi visori e coinvolgendo tutti i sensi, ho potuto creare dei mondi estremi, a volte mondi non piacevoli, situazioni in cui lo spettatore non si metterebbe mai nella vita reale. Per esempio in And the Birds fell from the Sky  — uno spettacolo creato in collaborazione con l’artista e film maker Simon Wilkinson — gli spettatori vengono rapiti da un gruppo di clown Faruk parecchio violenti e surreali che parlano una lingua sconosciuta. Invece in The Great Sapavaldo, il pubblico si trova in cima alla piattaforma di un trapezio volante nei panni di un acrobata nel mezzo di una performance. Insomma ne ho combinate di tutti i colori! (risate)

Alla fine di questo percorso sono ritornata a teatro con Macondo dove cento spettatori realizzano lo spettacolo a loro insaputa. Il pubblico arriva in sala e sa che sarà richiesta una certa partecipazione allo spettacolo e possono decidere “quanto” vogliono interagire scegliendo tra ruoli diversi. Ma non posso dirti di più…

PL: Non c’è nessun altro attore oltre a te?

SM: Veramente non ci sono neanche io in scena. Resto seduta in regia, guardo lo spettacolo e mi mangio le unghie perché vorrei aiutarli ma non posso assolutamente, perché lo spettacolo è in mano a loro, le istruzioni li guidano ma quello che succede sul palco e in platea non posso controllarlo.  Qualunque cosa faranno sarà comunque quella giusta: non importa se non è perfetto, è proprio questo il bello. Vai contro quel ‘professionismo’ e fai vivere un’esperienza scenica in prima persona.

PL: Ti è mai capitato che qualcuno ti chiedesse di far vivere un’esperienza slegata dal teatro?

SM: Si, ho scritto un pezzo per un’azienda per fare un teambuilding dove si prevedeva che ogni partecipante potesse mettersi nei panni dei propri capi e i capi nei panni dei loro dipendenti. Naturalmente in questo scambio di ruoli sono emersi alcuni contrasti che hanno dato la possibilità ai partecipanti di osservare i diversi ruoli con una prospettiva nuova, più empatica.

PL: Che progetti hai realizzato recentemente?

SM: Nel 2019 ho scritto Silent Dante in collaborazione con Alberto Pavoni — da un’idea di Paolo Valerio — che ho presentato al Teatro Nuovo di Verona. La richiesta di Paolo Valerio era creare un percorso sonoro per far rivivere la città di Verona attraverso gli occhi di Dante, una passeggiata tra i luoghi che aveva percorso, guardando il cielo, la luna e le stelle commentate dalle sue parole.

PL: Questi due anni di pandemia sono stati in realtà una bella occasione per scoprire e sperimentare il tuo lavoro di autoteatro, giusto?

SM: Questa pandemia è stata piena di impegni. Non mi sono fermata un attimo! All’epoca del primo lockdown avevo appena ricevuto un finanziamento per realizzare uno spettacolo sugli spalti di una piscina comunale. Ovviamente l’idea iniziale era impraticabile così ho deciso di riscrivere lo spettacolo per la vasca da bagno di casa dal titolo Swimming Home. All’epoca eravamo già costretti a stare reclusi in casa e mi è sembrato naturale pensare a un teatro che esiste semplicemente aprendo la porta del tuo bagno. Questo spettaoclo è distribuito in tutto il mondo tramite una app (Mercurious-NET App) che ha realizzato Michele Panegrossi.

PL: Il tuo lavoro è molto agganciato alla tecnologia e agli spazi virtuali, c’è una ragione precisa o è la risposta al tempo che viviamo?

SM: La tecnologia la utilizzo solo come una porta. Ti permette di accedere a un luogo e poi la metto da parte. Per esempio in Swimming Home scarichi la app e la traccia parte automaticamente. È una sorta di meditazione attiva, non un’esperienza acrobatica (risate). Bisogna aver voglia di mettersi in gioco e avere il desiderio di essere coinvolti in modo attivo.

PL: Mi domando se Swimming Home non sia uno spettacolo adatto a un pubblico più giovane che usa la tecnologia in maniera diversa…

SM: Forse si. Non tutti sono a loro agio con le app e smartphone, però se qualcuno si trova in difficoltà sono molto contenta di aiutare, è una bella occasione per conoscere il pubblico. Scambiare qualche parola con gli spettatori è importantissimo infatti chiedo sempre un feedback dopo l’esperienza e una foto, un selfie. Insieme a Giusi Di Gesaro, la mia produttrice, abbiamo deciso di creare una comunità con questo spettacolo così invitiamo gli spettatori a farsi una foto come ‘nuotatori di acqua dolce municipale’ nella loro vasca o doccia. Le foto sono raccolte sul mio sito e sui social, è un progetto fotografico che va di pari passo con lo spettacolo. Ormai abbiamo moltissime foto di tutti gli spettatori da tutto il mondo! C’è anche chi ha fatto lo spettacolo in gruppo, in tre in una vasca da bagno, non so cosa abbiano fatto! (risate)

PL: Come ti definisci? Non sei un drammaturgo tradizionale e non sei una vera e propria regista..

SM: Direi che sono un’artista perché utilizzo diverse tecniche: teatro, fotografia, cinema, suono e alla fine è un termine che mi permette la liberà di continuare a sperimentare con linguaggi diversi.

PL: Hai mai lavorato con i bambini?

SM: Non con la strategia dell’autoteatro ma perché no? Può essere un’idea. Mettiamola subito in atto! Ho fatto un workshop con dei ragazzini di circa 8 anni dove si generavano azioni tramite istruzioni. I ragazzi non hanno  paura di mettersi in gioco come noi adulti, per loro giocare è normale. Sono talmente aperti e in effetti sarebbe molto interessante provare a creare qualcosa per loro.

PL: Progetti futuri?

SM: Ci sono diverse cose che sto già facendo come il Bingo dei diritti umani che ho creato con una danzatrice e artista molto brava, Yael Karavan che ha lavorato con la compagnia  Derevo di Anton Adasinsky e con lei ci siamo inventate questo spettacolo durante il lockdown proprio per le persone che non potevano più andare a teatro nel 2020. Dalle rispettive  case (qui ero presente insieme a Yael) ci siamo collegati con Zoom con gli altri spettatori e abbiamo giocato a Bingo dove ogni numero corrispondeva a un articolo dei diritti umani e il pubblico doveva indovinare quale diritto fosse. È uno spettacolo che intrattiene, diverte e al tempo stesso fa riflettere senza imporre una visione assoluta ma spingendo lo spettatore a formare la propria opinione sull’utopia dell’universalità dei diritti umani e il concetto di privilegio geopolitico. Poi c’è Wondermart che ho presentato adesso al Wonderland Festival di Brescia ed è disponibile sulla mia app in inglese, tedesco, francese e italiano. E poi altre nuove collaborazioni di cui non posso ancora parlare…

PL: Vuoi dare un consiglio a un giovane che vuole avvicinarsi al teatro? 

SM: Ci sono moltissime scuole di teatro, per me il teatro fisico è stata una bella palestra ma gli approcci sono tanti. La cosa più importante è buttarsi senza pensare troppo, senza essere puntigliosi. Giocare, giocare, giocare seriamente! Ti viene un’idea? Buttala fuori, vedi com’è. Era orrenda? E chi se ne frega, vai avanti. Perché facendo gli errori si scopre cosa t’interessa veramente. E poi andare a teatro, vedere il più possibile, essere curiosi e aperti alla sperimentazione continuando a nutrirsi di qualunque esperienza, dal teatro classico a quello off.

PL: Domanda pelosa (come dicono gli inglesi). Come si campa di questo lavoro?

SM: Non conosco bene la realtà in Italia. In Inghilterra esistono fondi dello Stato tramite l’Arts Council of England e ci sono istituzioni che regolarmente aprono bandi per la ricerca e la produzione. Non è facile ottenere i fondi, ma se l’idea è valida e il piano di lavoro chiaro e sostenibile, è possibile averli. I miei progetti sono sempre finanziati nonostante il mio lavoro non sia semplicissimo ma ha dei costi molto bassi e dal punto di vista ecologico è estremamente sostenibile, facilmente traducibile in qualunque lingua, però mi rendo conto di essere un caso un po’ speciale!

PL:  Non ci resta che ricordare il tuo sito: https://www.silviamercuriali.com/

e la tua app che è Mercurious-NET, National Ear Theatre per chi vuole provare l’esperienza dell’autoteatro.

Grazie Silvia per averci raccontato il tuo lavoro!

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