Artisti italiani a Berlino

Artisti italiani a Berlino

A partire dai primi anni ’90 c’è stato un flusso migratorio verso la città di Berlino davvero incredibile. Con la riunificazione della città (1989), si sono visti partire dall’Italia: architetti, musicisti, artisti visivi, e nel 2010 c’è stato uno dei picchi maggiori di questa mobilità. Alla fine di quell’anno ho proposto alla rivista Rolling Stones di fare una serie di interviste ad alcuni artisti che si erano trasferiti a Berlino, ma poi questo lungo lavoro non è stato pubblicato. Recentemente le ho ritrovate e ho pensato di proporle qui sul mio sito: sono 7 artisti visivi italiani, trasferiti a Berlino più o meno in quegli anni, e sono nell’ordine: Rosa Barba, Deborah Ligorio, Armin Linke, Riccardo Previdi, Luca Trevisani, Patrick Tuttofuoco e Luca Vitone.

M’interessava capire cosa significasse per loro la scelta di questa città, come avessero trovato la loro casa e se ci fossero degli oggetti a cui erano particolarmente legati. L’intervista è accompagnata da un reportage fotografico delle loro abitazioni e si conclude con la condivisione e descrizione di un luogo particolarmente amato di Berlino.

Nel frattempo qualcuno di loro è tornato in Italia, qualcuno và e viene da Berlino e qualcuno è restato lì. A distanza di 10 anni possiamo vedere l’effetto di questo luogo, come questa città si è impressa nella loro vita, nel loro lavoro…

Inizio queste interviste partendo dall’ultimo artista, Luca Vitone, un caro amico con il quale ho condiviso alcuni progetti grafici, come il catalogo per la Nomas Foundation in occasione della sua mostra personale Ultimo Viaggio, il progetto di comunicazione Wide City/Wider City per l’Open Space del Comune di Milano o i libri d’artista realizzati con la Onestar Press.

Paola Lambardi: Vuoi descrivere il tuo lavoro come artista?

Luca Vitone: Indago prevalentemente l’idea di luogo, il rapporto che abbiamo con un luogo, cosa rimane simbolicamente, la sua eredità, la memoria, le radici e lavoro con mezzi diversi a seconda del progetto utilizzando dalla cartografia, al suono, al cibo ma anche il disegno, la fotografia, l’itinerario, il video.

PL: Come mai hai scelto di venire a Berlino?

LV: Per diversi motivi. Principalmente per cambiare aria dopo 20 anni a Milano. Ma anche perché lavoro da tanti anni con una galleria, Christian Nagel, che ha sede anche a Berlino. Inoltre Loredana, la mia compagna, è musicista e collabora con degli ensemble in Germania. Tutti e due parliamo tedesco e Leo, mio figlio, frequenta l’ultimo anno d’asilo, per cui era il momento giusto per attuare un cambiamento.

PL: Questa casa è davvero molto particolare, come l’hai trovata?

LV: La casa l’ho trovata via web. Con Loredana abbiamo cercato in rete un po’ di appartamenti e un paio li abbiamo trovati anche tramite amici. Poi sono venuto qui ad agosto (2010) e tra quelli scelti questo è quello che ho preferito per diversi motivi: principalmente perché ha un bel disegno (l’edificio è di Rob Krier, costruito in occasione dell’IBA* ‘78-’85), è centrale, molto comodo, si trova a 3 minuti a piedi dallo Judische Museum di Libeskind e a 5 minuti da Check Point Charlie. Il soggiorno è la stanza che preferisco, è ariosa e movimentata tra vetri e angoli aperti. La sua pianta ottagonale, da cui partono le altre stanze e i due balconi, è una sorta di panopticon da cui si ha una visione di tutto l’appartamento che la rende anomala e particolare.

PL: Che cos’è per te la casa?

LV: La casa è il luogo in cui si abita e in questo caso anche in cui lavoro perché per il momento non ho ancora uno studio (che presto cercherò). Anche per questo ho scelto una casa che oltre ad essere bella fosse funzionale. Essendo Berlino una città molto fredda, la domesticità è importante e mi piaceva l’idea di abitare in uno spazio confortevole.

PL: Quali sono gli oggetti ‘totem’ di questa casa?

LV: Tutto quello che arreda questa casa proviene da quelle precedenti, quindi dall’ultimo indirizzo di Milano, dallo studio ma anche dalla generosità di alcuni amici. Il divano dove sono seduto, la poltrona e il tavolino mi sono molto cari. Erano dei miei genitori e abbiamo sempre creduto fossero disegnati da Franco Albini. Essendo attratto dalla memoria personale li considero un’eredità famigliare che accompagna i miei spostamenti. La figura di Albini mi ha sempre affascinato: dal punto di vista personale, come progettista, ma anche perché testimonia un periodo che considero uno dei momenti artisticamente più vivaci per la storia d’Italia, soprattutto per il design, e che ha in Milano, il centro di questa vitalità. Ecco, questo salotto insieme alla lampada di Caccia Dominioni, che è stato il mio primo acquisto che feci ventenne, uno dei pochi riguardo il design devo ammettere, mi hanno sempre accompagnato nei miei spostamenti abitativi. Alle mie spalle, appeso alla parete, c’è un’opera serigrafica di Guy Debord. Anche questo è un oggetto a cui sono molto affezionato e che ormai mi accompagna da anni. Guy Debord e il Situazionismo sono una delle realtà artistiche del ‘900 che più mi hanno affascinato e in un certo senso mi hanno anche influenzato. Ma soprattutto rappresenta un atto di grande generosità: è il regalo di Jors Melanotte, figlio di Pinot Gallizio, uno dei fondatori dell’Internazionale Situazionista, che nel ’90 mentre montavo il mio lavoro in una collettiva ad Alba venne a farci visita prima dell’apertura e dimostrò interesse verso il mio intitolato Invisibile informa il visibile. All’inaugurazione tornò con questo regalo: la Naked City. Lo ricordo come uno dei regali più belli che abbia mai ricevuto, tenuto conto che Jors l’avevo conosciuto solo quel giorno e non l’ho mai più rivisto.

PL: Invece in questa casa che cosa hai trovato?

LV: Non c’era arredamento ma una delle tante caratteristiche che sottolineano lo spirito civico tedesco riguarda le abitazioni in affitto. Vige l’obbligo di fornire all’affittuario i sanitari efficienti e la cucina munita di piano cottura e lavandino funzionante. A parte la cucina che era già arredata, mancavano solo frigo e lavatrice che abbiamo comprato,  per il resto era vuota.

PL: Quando scadrà il tuo affitto?

LV: L’affitto non ha scadenza, è un contratto che prevede una semplice disdetta anticipata di tre mesi, norma che deve essere rispettata da ambo le parti. In teoria potremmo andare avanti per anni.

PL: C’è un indirizzo segreto a Berlino o un posto dove ti piace andare?

LV: Un indirizzo segreto non ce l’ho. Frequento Berlino da tanti anni, una dozzina, ma abitando qui da pochi mesi non ho ancora un indirizzo segreto. Ci sono alcuni luoghi che trovo affascinanti e sono prettamente architettonici, uno per tutti potrebbe essere il Berlin-Britz di Bruno Taut. 

Paola Lambardi: Perché hai scelto di andare a vivere a Berlino?

Patrick Tuttofuoco: Ho scelto di andare a vivere a Berlino per vari motivi. Si sono incrociati una certa necessità, da un certo punto di vista, e il piacere di andare in quel luogo. E quando dico necessità mi riferisco al fatto che avevo bisogno personalmente per il mio lavoro di cambiare un po’ aria, di vedere dei posti nuovi, di smuovere un po’ di elementi, perché avevo voglia di cambiare certe cose all’interno del lavoro e della ricerca. E quindi ho deciso di andare lì perché aveva delle condizioni ‘propizie’ e anche per facilitare questo cambiamento che era già presente in me, ma in un contesto saturo — chiaro e noto — era più difficile da attuare. Questo come discorso sulla necessità. Mentre il discorso sul piacere come città, nonostante non fosse una novità, anzi, era già quasi uno status, cioè non sono andato che so a Bucarest (peraltro città interessante ma dove non c’è molta gente dell’arte), Berlino era già una città ben nota per i suoi contatti con l’arte contemporanea, per cui è stata una scelta naturale.

PL: Da quanto tempo vivi a Berlino?

PT: Ci siamo trasferiti nel 2008.

PL: Come hai trovato la casa?

PT: All’inizio con delle agenzie dall’Italia e poi una volta che mi sono trasferito ho cambiato casa cercandola su www.immobilienscout24.de

PL: Che cos’è per te la casa?

PT: Beh oltre alle cose più evidenti (protezione, guscio, tana) in questa città, dove gli inverni sono molto lunghi, la casa viene vissuta molto a differenza di quando stavo in Italia. Si passa molto tempo nelle case e per fortuna qui c’è ancora la possibilità di avere case grandi o relativamente grandi spendendo molto meno rispetto a Milano, per esempio. E nella ricerca infatti si fa molta attenzione alla luce, al confort…

PL: Quali sono gli oggetti totem?

PT: La lampada Tizio che ho trovato in un mercatino e qui a Berlino i mercatini sono tanti e si trovano molti oggetti con i quali ho arredato la casa. Sono cose particolari che hanno un loro vissuto e non hanno un vero valore commerciale.

PL: Quando scade il tuo affitto (se c’è un’idea di ritorno in Italia)?

PT: Non c’è una scadenza e al momento non penso di andare via. Mi piacerebbe forse trasferirmi a Los Angeles ma adesso non ci sono ancora le condizioni per farlo…

PL: Il tuo indirizzo segreto a Berlino?

PT: Casa mia alla sera.

Paola Lambardi: Perché Berlino?

Luca Trevisani: Semplice ma vero: perché mi piace, perché quando sono qui sto bene, perché è differente e distante da dove sono cresciuto, e questo mi aiuta a capire chi sono chi voglio essere.

PL: Da quanto tempo vivi a Berlino?

LT: Dall’estate del 2007, a singhiozzi. Sono sempre in giro.

PL:Come hai trovato la casa (se l’hai per caso trovata nel frattempo) oppure
come stai cercando casa?

LT: Chi cerca trova… La prima la trovai da un amico di un’amica che la lasciava, proprio davanti a dove ero in residenza. 

PL: Che cos’è per te la casa?

LT: Dove posso invitare gli amici. Dove rifugiarmi. Dove tenere le cose di cui voglio attorniarmi. 

PL: Quali sono gli oggetti totem?

LT: La Snoopy di Castiglioni e la piccola lampada Akari di Noguchi, i miei libri, una piccola scultura di Carlo Zauli e l’esercito di cose di cui un animista si circonda… 

PL: Quando scade il tuo affitto (se c’è un’idea di ritorno in Italia)?

LT: Ultimamente ho vissuto molto poco Berlino, come ogni altro luogo, ma le radici stanno spuntando, non so bene dove, ma sento che stanno spuntando. 

PL: Il tuo indirizzo segreto a Berlino o un luogo che ti piace particolarmente?

LT: L’angolo tra Planufer e Grimmstrasse: quando scoppia la primavera è veramente bello. Mi piace andare lì. 

— Armin Linke

Paola Lambardi: Perché hai deciso di venire a Berlino?

Armin Linke: Innanzi tutto devo dire che sono metà tedesco e ho anche un passaporto tedesco (oltre ha quello italiano) e per me era comunque interessante, dopo essere stato 40 anni in Italia, riscoprire questa mia seconda metà. Forse l’unica città dove mi sarebbe interessato vivere era Berlino, perciò mi è venuta un po’ naturale come scelta. Qui ho anche una galleria con cui lavoro da tempo, vari amici con cui stavo collaborando, quindi ero sempre a Berlino ma temporaneamente.

PL: Da quanto tempo adesso vivi stabilmente a Berlino?

AL: Da anno e mezzo. Prima ero ancora con un piede a Milano e un piede qui.

PL: Sei un artista visivo, un fotografo, un video maker, vuoi raccontarmi qualcosa del tuo lavoro? Berlino è una città che ti stimola maggiormente da questo punto di vista o semplicemente era una realtà che t’incuriosiva esplorare…

AL: Per il mio lavoro devo viaggiare molto quindi in qualche modo una base è abbastanza importante, sia psicologicamente che produttivamente. La base è il posto dove ritorni dopo un viaggio o dopo un progetto e in qualche modo devi riordinare le idee, i materiali e concettualizzarli. In verità questo può avvenire in qualsiasi luogo, che sia Milano, Berlino o un’altra città è abbastanza indifferente. Quello che è la mia impressione è che Berlino offrisse un’infrastruttura migliore. M’interessava  venire a contatto con ricercatori e artisti e attraverso questa frequentazione, io stesso mi sentivo nella condizione di analizzare e rendere più preciso il mio lavoro. Era un po’ un mettere alla prova il proprio metodo, il proprio lavoro.

PL: Come hai trovato questa casa? Una casa molto particolare, è un edificio del ‘700, giusto?

AL: C’è una componente di casualità in questo essere a Berlino perché la mia ragazza che si occupa di musica, aveva un concerto qui e così per scherzo ci siamo chiesti se non era il caso di andare a vedere un po’ di appartamenti, e il primo che abbiamo visto era questo e abbiamo deciso immediatamente di fare questo esperimento… L’edifico è un ex convento, le suore sono fuggite in Cile durante il nazismo, la chiesa è stata bombardata durante la guerra, la decorazione barocca è stata demolita negli anni ‘50  il muro passava a pochi metri dalla facciata.

PL: Così attraverso questa casualità avete deciso di voler capire meglio cosa voleva dire vivere a Berlino…

AL: Si, abbiamo fatto questo esperimento per un anno poi abbiamo deciso che funzionava.

PL: È stato attraverso un passaparola che avete trovato questa casa?

AL: Si, grazie a degli amici architetti che conoscevamo. In realtà è una casa del ‘700 ed è anche una comunità di artisti che vive qui dalla metà degli anni ’80. Un tempo c’erano anche delle gallerie, adesso c’è un caffè, in qualche modo gli altri inquilini desideravano mantenere questa identità di produzione culturale e cercavano qualcuno che fosse coinvolto nel campo delle arti visive, musicali.

PL: Cosa rappresenta per te la casa?

AL: Questo appartamento per me rappresenta comunque uno strumento di produzione.

PL: In effetti è una casa molto grande dove tu hai anche lo studio…

AL: Si, come accennavo la casa prima era un convento e in qualche modo mi piace quest’idea di come gli spazi sono strutturati. Dall’esterno non si capisce che è del ‘700, però dall’interno si percepisce una certa sobrietà e allo stesso tempo… mi viene la parola in tedesco Grosszügigkeit che tradotta significa sovradimensionata in modo piacevole, con una generosità propria degli spazi ma dove ogni stanza si può strutturare in modo privato — attraverso un sistema di porte — oppure usarla come un unico ambiente comunitario. Questo è molto bello perché molto spesso lavorando a dei progetti dove sono coinvolti gli amici che arrivano dall’Italia o da altri paesi e che spesso si fermano qui 2 o 3 settimane, questa casa è perfetta, perché ci si può concentrare e si può lavorare molto comodamente. In un certo senso è una casa-studio ma anche una specie di residence per lavorare in gruppo e questo mi piace molto. Mentre lo studio che avevo a Milano era ancora molto legato all’idea classica di studio fotografico, dove mettere in scena della azioni per delle riprese, mentre qui in verità questo atto di raccogliere le immagini avviene in un altro luogo e questo diventa il luogo dove rielaborare. Mi piace questa idea che la casa fosse un convento proprio perché non c’è differenza tra vita privata e vita comunitaria o comunque queste due cose convivono.

PL: Per vita comunitaria la intendi la collaborazione con altre persone che vengono in questa casa e possono in qualche maniera partecipare al tuo lavoro.

AL: O io posso partecipare al loro.

PL: È una modalità nuova per te di lavorare rispetto a prima?

AL: Diciamo che non è nuova perché spesso i miei progetti sono legati a un lavoro di gruppo soprattutto negli ultimi 5 anni. Stando qui, per assurdo, adesso vengono anche ospiti che prima magari vedevo sporadicamente e invece adesso passano qui anche una settimana, ed è diventato un rapporto più intenso. Per cui in qualche modo non mi sento isolato, non sento sia cambiato tanto il mio rapporto rispetto all’Italia, rimane uguale insomma.

PL: Ci sono degli oggetti a cui sei affezionato o hai portato dall’Italia o li hai scoperti qui?

AL: Sicuramente questo tavolo dove siamo adesso con le sedie che sono quegli oggetti basic, invece per il lavoro, ci sono solo i mobili per l’archivio dei negativi (sistema USM, ndr), i server con i file digitali e i libri: ecco questi sono gli oggetti più importanti.

PL: Ma questo tavolo sembra un tavolo riunioni, perché c’è questa base in acciaio…

AL: In realtà è un mix perché il piano era di un tavolo usato anni ‘50/‘60, probabilmente aveva una base in legno abbastanza pesante, invece adesso ha questa base pseudo Eames quasi più da ospedale o infermeria.

PL: Ma l’hai realizzato tu questo mix?

AL: Si, però era un tavolo che esisteva già in Italia ed è stato trapiantato qui.

PL: Mi dicevi che la cucina è un posto dove parlare dei progetti, ci sono queste sedie che mi ricordano qualcosa, da dove arrivano?

AL: Sempre da Milano purtroppo non ricordo il nome del designer, le ho viste nella collezione della Triennale. Sono sedie italiane e le ho trovate per caso a un’asta.

PL: Sei in affitto in questa casa e c’è una scadenza?

AL: Spero di no…

PL: Con questa domanda intendo se c’è un’idea di ritorno…

AL: Al momento no. Un’idea di ritorno potrebbe esserci per avere una seconda base in Italia, però in questo momento non a Milano.

PL: C’è un indirizzo segreto qui a Berlino o un posto che ti piace in modo particolare?

AL: Quello che mi piace molto è il fiume, la Sprea che con la bicicletta, o d’estate con la canoa, è molto bello da vivere. Qui a Berlino c’è una specie di Venezia, collegata con dei canali e lo scorso inverno, per esempio, il canale che attraversa Kreuzberg era completamente gelato e tutti andavano a passeggiare dentro il canale… è molto bello riscoprire la città vista da questa prospettiva del fiume o del canale.

PL: Un punto di vista diverso…

AL: Si, ti permette di capire un po’ la spazialità, questo vuoto all’interno della città.

PL: In effetti da quello che ho visto nei tuoi libri, ti piacciono dei punti di vista estremi. C’è invece un luogo, un’architettura che ti piace in particolare?

AL: Ho l’impressione di essere in una città ancora da scoprire. È talmente grande e ogni quartiere ha la propria identità, è difficile definire un punto preciso. È come fosse un caleidoscopio di impressioni di punti, di luoghi, che cerchi continuamente di mettere assieme in un’immagine ma è come se ti sfuggisse sempre qualcosa, e forse questo è il bello di Berlino.

PL: Ma sarà per caso a causa del muro?

AL: Beh il muro è sicuramente un elemento che ha determinato una nuova frammentazione storica…

 

Paola Lambardi: Deborah perché hai scelto di vivere a Berlino e da quanto tempo vivi qui?

DL: Vivo a Berlino dal 2001. Ho scelto Berlino forse perché ormai vivevo a Milano da un po’ di anni, ero stata per un periodo a New York ma era complicato restarci ed ero rimasta con l’idea di voler vivere in una città con una scena internazionale e culturalmente più energica. Non ero sicura di cosa aspettarmi da Berlino ma avevo idea che sarebbe stato il posto giusto, così mi sono spostata e sono rimasta qui. Ora sono 10 anni.

PL: Come hai trovato questa casa?

DL: Beh vivo qui da un anno e mezzo. Era la casa del mio compagno e adesso viviamo assieme. Lui l’aveva occupata negli anni ’90 dopo la caduta del muro, quando questa zona della Berlino Est era vuota e completamente diversa. Nel frattempo è stata ristrutturata e adesso è una bellissima casa nel centro di Berlino Mitte.

PL: Infatti è una casa d’epoca, sembra una casa di fine ‘800, più o meno…

DL: Si, come tante case del centro che poi sono state ristrutturate…

PL: Per te cosa vuol dire la casa? È una casa-studio o hai anche uno studio dove lavori?

DL:  Ho uno studio…

PL: Quindi tieni separata la vita di lavoro dalla vita privata in qualche maniera…

DL: Si, anche se poi si mescolano sempre, nel senso che molte cose riesco a farle anche qui come leggere o lavorare al computer. Diverse cose posso farle sia in un posto che nell’altro. Naturalmente in studio riesco a lavorare su cose più manuali o che hanno bisogno di spazio.

PL: Quindi per te la casa esattamente cosa rappresenta? A parte questi momenti di lavoro…

DL: È il posto dove passo del tempo, quello dedicato a me.

PL: La tua intimità insomma..

DL: Si, dove c’è la cucina, si preparano i piatti, dove c’è anche la convivialità…

PL: É il luogo quindi d’incontro con il tuo compagno e della tua vita sociale?

DL: Si, privata e anche sociale. L’altra sera c’è stata qui una cena con 20 persone…

PL: Insomma si trasforma in un luogo ludico…

DL: Assolutamente.

PL: In questa casa ci sono degli oggetti che per te hanno un significato particolare? Degli oggetti che hai trovato qui o che hai portato dall’Italia? Qualcosa a cui sei particolarmente affezionata?

DL: Aiuto! Non ho un rapporto feticistico con gli oggetti, assolutamente. Mi sono sempre liberata di tante cose. Ho sempre viaggiato tanto e in realtà non mi affeziono in particolare agli oggetti. Forse solo ai libri…

PL: Quindi se dovessi partire domani, lasciare Berlino, non c’è nessun oggetto che ti porteresti? A parte qualche libro appunto…

DL: A gennaio partiamo, andiamo a stare a Napoli per un mese e quello che ci portiamo è la cartina di Napoli…

PL: Sei di Napoli?

DL: No, sono pugliese… ancora più a sud!

PL: Questa casa non so se l’avete comprata o se siete in affitto ma c’è una scadenza?

DL: Siamo in affitto

PL: Quando scade il tuo affitto?

DL: L’affitto in realtà non scade, il contratto è molto vecchio ed estremamente conveniente. Uno di quei vecchi contratti della Berlino anni 90.

PL: Quindi non esistono dei termini in questi contratti mi sembra di capire…

DL: No. Non c’è un termine.

PL: E non immagini un ritorno in Italia?

DL: No. Sto benissimo a Berlino. Mi piace vivere qui. Sto costruendo delle cose e penso di rimanerci. Devo dire invece che l’Italia mi interessa sempre di più e in modo diverso da prima. Ho la necessità e il bisogno di guardare l’Italia, di osservarla e di lavorare sull’Italia. Un esempio è il viaggio a Napoli di cui parlavo, che a dire il vero sarà una residenza di un mese in cui farò delle ricerche e girerò un video.

PL: Ho un ricordo molto bello di un tuo lavoro Vulcano che mi è piaciuto molto. Adesso che hai parlato di Napoli mi è tornato in mente. Il tuo tipo di ricerca ti porta in qualche modo a viaggiare molto, a osservare i luoghi…

DL: Si, in diversi modi ho lavorato sull’idea di paesaggio, non pensare però ad un paesaggio ottocentesco ma un paesaggio sociale e culturale, fatto anche dall’architettura, dalle persone che ci vivono e dalle  stratificazioni storiche. E se pensi che ogni angolo della Terra è completamente mappato, anche i luoghi apparentemente deserti sono invece carichi di riferimenti. Ad esempio, un lavoro importante in questo senso è un video del 2004, Donut to Spiral. Un viaggio da Los Angeles a Spiral Jetty di Robert Smithson. Tre giorni di viaggio, attraversando il deserto della California, Nevada e Utah, un paesaggio carico soprattutto di riferimenti cinematografici. Un viaggio dal mondo artificiale, rappresentato da LA e Hollywood, al mondo naturale ed entropico rappresentato da Spiral Jetty.

PL: Invece per tornare a Berlino, c’è un luogo di Berlino che ti piace particolarmente, un tuo indirizzo segreto?

DL: I luoghi che mi piacciono di Berlino sono i parchi: Frierichshain, Tiergarten sono dei posti bellissimi, sono delle isole naturali all’interno della città. Come le foreste e i laghi appena fuori. Posti bellissimi anche in inverno e ad un certo punto quando i laghi si ghiacciano, in genere si va anche a pattinare…

Paola Lambardi: Perché hai scelto di vivere a Berlino?

Rosa Barba: Ho vissuto per tanti anni in Germania dove ho studiato (Colonia e Düsseldorf) poi mi sono trasferita in diversi paesi attraverso dei progetti artistici. Un paio di anni fa cercavamo insieme ad alcuni amici musicisti un luogo dove ritrovarci e Berlino era la città che andava bene per tutti.

PL: Da quanto tempo vivi a Berlino?

RB: 3 anni

PL: Come hai trovato la casa?

RB: Ho trovato un annuncio in un negozio di dischi.

PL: Che cos’è per te la casa?

RB: Un laboratorio.

PL: Quali sono i tuoi oggetti totem? Se sei affezionata in particolare a qualche oggetto che hai portato con te o che hai trovato a Berlino…

RB: Il mio albero, un ulivo, che viaggia sempre con me.

PL: Quando scade il tuo affitto o se c’è un’idea di ritorno in Italia?

RB: Non c’è ancora una data.

PL: Il tuo indirizzo segreto o un luogo che ti piace in particolare di Berlino?

RB: Il Teufelsberg (Monte del Diavolo) con 5 metri di neve.

 

Desidero ringraziare gli artisti Rosa Barba, Deborah Ligorio, Armin Linke, Riccardo Previdi, Luca Trevisani, Patrick Tuttofuoco e Luca Vitone che hanno collaborato a questo progetto, la loro disponibilità a fare le foto delle loro case e il tempo che mi hanno dedicato. Vielen Dank.

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